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Fi, il referendum e il ricatto leghista
di Marco Bertoncini


L’abbandono, attuato da due autorevoli esponenti di Fi, del comitato promotore del referendum elettorale consente due distinte letture. La prima concerne il pesante ricatto esercitato dalla Lega. La seconda riguarda il rilievo dell’operazione referendaria. Non appena i leghisti hanno bruscamente detto no ad ipotesi revisionistiche della legge elettorale che potrebbero danneggiarli, prontamente Berlusconi si è adeguato, facendo dimettere dai patrocinatori del referendum Donato Bruno e Andrea Pastore. Sono due personaggi parlamentarmente di primo piano, i quali furono magna pars nell’iter delle disposizioni oggi vigenti. Certo, altri rappresentanti di Fi restano, come Antonio Martino; ma fino a quando? Tutti hanno ben compreso la lezione di Bossi: se Fi fornisse un appoggio all’iniziativa referendaria, la Lega romperebbe l’alleanza. I leghisti sono avvezzi ad ottenere quanto richiedono, fin dall’accordo primogenito con Fi nel ’94, quando si presero il 70% dei candidati, lasciando a Fi il rimanente 30% col quale accontentare pure i minori alleati, Casini e Mastella in primis. Nelle trattative essi sono ultimativi, e di solito la spuntano. L’avvertimento lanciato da Bossi è stato subito recepito: il referendum punta a premiare la lista (non la coalizione) vincente, favorendo perciò gli accorpamenti; noi la nostra lista la vogliamo ben distinta; ergo, se favorite questa legge, scordatevi di noi.

Berlusconi si è affrettato anche a premere su Fini perché An non appoggi l’iniziativa. Fini ha un interesse non solo politico, non solo partitico, ma altresì diretto e personale all’imporsi di un sistema che in certa maniera obblighi a liste estese. Può, dunque, al presente abbozzare; ma si riserva di agire poi. D’altro canto, la manovra di sganciamento dei vertici di Fi, successiva all’abbandono di alcuni rappresentanti della sinistra, conferma il peso della proposta referendaria. Sono molti, nei partiti minori e medi, a temere che i promotori riescano, prima, a raccogliere le firme e, poi, a spuntarla alle urne. Il referendum elettorale è davvero una pistola alla tempia. Una pistola carica, come ha annotato Amato già diversi giorni addietro. E’ ben vero che al presente sembrerebbero soprattutto all’interno dei Ds e di An i personaggi intenzionati a sostenere la raccolta delle firme); ma sarebbero più che sufficienti. Si tratta, però, di attendere, per vedere quanto potranno agire le pressioni degli alleati sia su An (la Lega) sia sui Ds (tutti i minori), per distogliere i due partiti dall’appoggio alla raccolta di firme.

Dall’appoggio ufficiale, perché tutti sanno che aiuti sottobanco potrebbero sempre arrivare, anche da altri settori, soprattutto da quelli favorevoli ai partiti unitari nei due schieramenti. Si vedrà, nelle prossime settimane, quel che potrà offrire il plenipotenziario Chiti, plenipotenziario di Prodi ma non della maggioranza, la quale è disunita sulle prospettive di riforma elettorale ancor più di quanto sia lacerata in politica estera. Dovrà prima di tutto appagare i propri rissosi e intolleranti e ricattatori sodali, da Mastella a Diliberto, da Pecoraro a Giordano. E non sarà impresa da poco. Soltanto dopo, potrà incontrare un’opposizione a sua volta scontrosamente divisa tra aspirazioni unificatrici (An e Fi), velleità proporzionalistiche di rinascita del centro (Udc), tensione incessante alla corsa solitaria (Lega). Intanto, continuerà a premere la minaccia referendaria. Una pistola sempre carica.