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1. IL SISTEMA INTERNAZIONALE
La politica estera delle liberaldemocrazie ha come fine l'affermazione e il mantenimento dei valori che sono il fondamento della cultura etica e politica delle nostre società: la pace; la sicurezza; la cooperazione fra i popoli per il progresso comune; la dignità della persona e i diritti dell'Uomo.
L'internazionalismo liberale rappresenta la trasposizione dei principi del liberalismo, ed in particolare della "rule of law" che domina i rapporti fra gli individui e fra i cittadini e lo Stato, ai rapporti fra le Nazioni. Nel quadro di relazioni internazionali che si fondano sulla ragione, sul dialogo e sul diritto, e nei limiti delle regole e dei trattati, ciascun Paese ispira le proprie politiche all'interesse nazionale, inteso come quei valori e quegli obiettivi che possono essere conseguiti solo in cooperazione ( o in competizione) con altre comunità nazionali.

Le scelte compiute dalla comunità occidentale, nordatlantica ed europea, a partire dal dopoguerra (dalla NATO, alle Comunità Europee) alle quali dobbiamo mezzo secolo di pace e di prosperità, hanno definito un quadro di stabilità e di riferimenti certi che gli eventi dell'inizio del nuovo secolo rimettono in discussione.

Il sistema internazionale - di cui l'Italia è parte integrante in quanto democrazia liberale ad economia avanzata - è, dopo il crollo del muro di Berlino del 1989, in una fase di profondo riassetto come conseguenza dell'11 settembre, della crisi diplomatica che ha preceduto la guerra in Iraq, e dell'allargamento dell'Unione Europea alle nuove democrazie dell'Est europeo. Ciò significa che le decisioni, gli "allineamenti", e gli equilibri che si definiranno nell'attualità e nell'immediato futuro conteranno a lungo: un nuovo dopoguerra è iniziato.

Non c'è soltanto una questione di riassetto geopolitico e geoeconomico, tuttavia. E' anche in corso una trasformazione di alcuni dei parametri della politica internazionale: in particolare, l'impianto concettuale dei rapporti tra Stati (cioè Stati-nazione) sta subendo graduali, ma importanti modifiche. A quell'impianto proprio il liberalismo ha dato un contributo essenziale, cercando costantemente un delicato compromesso tra Realpolitik e aspirazione a sviluppare regole internazionali di comportamento che rendano i rapporti tra Stati meno anarchici e più prevedibili. Il ruolo delle istituzioni democratiche e dello Stato di diritto è centrale in questa visione, ma anche in tal senso esistono nuove sfide da affrontare: l'uso controllato e limitato della forza a tutela dei diritti umani fondamentali, e la capacità di rispondere in modo efficace e realistico alle minacce che la proliferazione di armi di distruzione di massa e il terrorismo transnazionale pongono alle società aperte.

Rispondere a queste sfide impone - ai singoli paesi europei e all'Unione nel suo complesso - sia la capacità di riconoscerle come tali, che l'assunzione di responsabilità internazionali assai maggiori (in termini di risorse e di volontà politica). Uscendo da una visione troppo statica del diritto internazionale, l'approccio europeo deve combinare interventismo democratico e affermazione di norme internazionali che lo regolino. Questa è anche la base di un nuovo deal con gli Stati Uniti sulla strategia di sicurezza occidentale nel dopo 11 settembre.

La principale lezione politica della crisi irachena è molto chiara, sia per l'Europa che per gli Stati Uniti. L'identità europea deve essere costruita in positivo e non in opposizione agli Stati Uniti: qualsiasi tentativo di affermare l'Europa per contenere gli Stati Uniti è destinato anzitutto a dividere l'Unione stessa, oltre che a dividere le due sponde dell'Atlantico. Da parte loro, gli Stati Uniti devono riconoscere che l'aggregazione dell'Europa, e non la sua divisione, continua a rientrare nei loro migliori interessi. Identità europea e identità occidentale (cioè euro-americana) sono due componenti strettamente legate di un unico percorso storico e culturale. L'esistenza di valori comuni fra le due sponde dell'Atlantico non garantisce, di per sé, l'assenza di conflitti; ma consente di gestirli, e fonda l'interesse comune a difendere tali valori, proiettandoli sul piano globale.

Un nuovo accordo transatlantico implica che l'Europa sia in grado di esprimere una politica estera e di sicurezza comune più solida: l'alternativa è una sostanziale marginalità o irrilevanza dei Paesi europei. Come dimostra l'esito dei lavori della Convenzione, la gestione della politica estera e di sicurezza resta affidata, sul piano istituzionale, alla cooperazione fra governi; e va combinata, sul piano delle capacità, a una maggiore integrazione di risorse (spese e capacità militari). In uno scenario a 25, il futuro della politica estera e di sicurezza comune dipenderà da nuove forme di leadership: dallo sforzo congiunto, cioè, dei Paesi in grado di contare quanto a impegno internazionale. E' ovvio, da questo punto di vista, che la politica di sicurezza e la difesa europea non avranno realistiche prospettive di successo senza una convergenza fra Francia e Gran Bretagna, e cioè dei due paesi europei militarmente più rilevanti. Interesse nazionale dell'Italia è che tale prospettiva si realizzi, ma si combini alla creazione di una leadership più ampia, che includa l'insieme dei Paesi maggiori. Perché ciò sia possibile, è indispensabile che l'Italia aumenti il proprio bilancio della difesa e in generale investa maggiori risorse (umane e finanziarie) nella sua azione internazionale.

L'azione internazionale dell'Unione europea dovrebbe essere basata su una più esplicita divisione del lavoro con gli Stati Uniti. Sul piano geografico, l'Unione dovrà affermare il suo impegno primario a stabilizzare le sue periferie, integrando progressivamente i Balcani e la Turchia. Parallelamente, l'Unione dovrà costruire una partnership rafforzata con la Russia; e collaborare con gli Stati Uniti allo sviluppo della road-map mediorientale. Interesse specifico dell'Italia, in quest'ambito, è di evitare che la dinamica dell'allargamento sposti verso Nord e verso Est il baricentro geopolitico dell'Unione; e di garantire, invece, la centralità della dimensione mediterranea dell'Unione.

Sul piano funzionale, l'Europa dovrà concentrare le sue capacità globali nella NATO e nei processi di stabilizzazione e di ricostruzione delle aree di crisi. E' anzitutto nostro interesse, prima che interesse degli Stati Uniti, che la NATO resti essenziale nella gestione della sicurezza occidentale.

2. IL RUOLO DELL'ALLEANZA OCCIDENTALE
Il dissolvimento della minaccia "convenzionale" rappresentata dal blocco dell'Est, che era all'origine della costituzione della NATO, rappresenta una vittoria storica dell'Alleanza, ma non ne fa venir meno le ragioni della sua sussistenza.

In primo luogo l'Alleanza Atlantica costituisce tuttora per il nostro Paese, come per tutta la comunità occidentale, il più valido strumento per la sicurezza collettiva di fronte alle nuove minacce provocate dal terrorismo internazionale, e dai rischi che derivano dall'accessibilità e dalla proliferazione di armi di distruzione di massa, batteriologiche, chimiche e nucleari.

L'Alleanza Atlantica, peraltro, non costituisce soltanto un'organizzazione militare, ma è - innanzitutto - un'istituzione politica che unisce la maggior parte dei Paesi ad antica e consolidata democrazia e la cui funzione - come dimostrano le vicende delle crisi nei Balcani degli anni '90 - può riguardare sia l'uso efficace della coercizione, sia la legittimazione internazionale dell'uso graduato della forza, in difetto del funzionamento di altri organismi internazionali, e dell'ONU in particolare.

Il grande squilibrio che oggi si registra fra le capacità tecnico-militari delle due sponde dell'Atlantico costituisce una grave ipoteca per il suo futuro. Non pochi americani si domandano a quale scopo il loro Paese dovrebbe sottoporsi a vincoli collegiali nella propria azione diplomatica e strategica nel teatro euroatlantico e mediterraneo, in cambio di un contributo virtualmente insignificante sul piano logistico e militare.

La precondizione politica generale di un nuovo accordo transatlantico - e di una divisione del lavoro virtuosa - è che i processi decisionali rimangano multilaterali. In altri termini, il funzionamento del polo occidentale - fondato sulla cooperazione e sull'integrazione delle capacità di Stati Uniti ed Europa - richiede scelte concertate. Solo a queste condizioni, la solidità del polo occidentale darà anche forza alla governance del sistema internazionale nel suo complesso e a istituzioni multilaterali che vanno a loro volta profondamente ripensate. Ma ciò ha come premessa un più consistente contributo europeo alla capacità operativa nordatlantica. La strada aperta dalla Conferenza di Praga (2002), ossia l'integrazione fra forze europee e americane definisce la via più diretta per la soluzione del problema.

Cerchio "cerchio europeo" e "cerchio atlantico" della politica estera italiana resteranno in conclusione complementari. Per ragioni storiche e per ragioni geopolitiche, l'Italia ha tutto l'interesse a favorire che ciò resti possibile, sulla base del nuovo accordo transatlantico qui appena schematizzato. Ma perché l'Italia possa influire in questo senso, due condizioni sono indispensabili: una presa d'atto radicale che entrambi i cerchi sono cambiati, e richiedono quindi un profondo aggiornamento della visione europea e internazionale della nostra classe politica, capace di collocare gli interessi nazionali nelle dinamiche reali che si stanno aprendo; e la capacità di parlare chiaramente al Paese, aggregando un consenso nazionale sugli sforzi inevitabili che dovranno essere compiuti se l'Italia vorrà continuare a restare alla guida dell'Unione europea.

3. L'ITALIA E L'EUROPA
L'Europa nata dopo la seconda guerra mondiale ha dato al nostro continente pace e prosperità: un tale successo deve essere fortificato e riproposto alle future generazioni che non hanno vissuto in prima persona il triste punto di partenza dal quale i Padri fondatori hanno preso le mosse per creare la futura Unione europea e che pertanto possono dimenticare le ragioni prime di questa straordinaria esperienza comune. Dopo 50 anni di piccoli passi siamo arrivati al limite del grande salto politico: l'Europa del libero commercio, del mercato unico senza frontiere e della moneta comune deve aprire le porte a quella politica, parlando cioè con una sola voce, creando o - meglio - "rifondando" un'Europa unita in una prospettiva di Unione sempre più stretta. Gli Stati nazionali hanno terminato di svolgere la loro azione propulsiva; nel XXI secolo, dominato da fenomeni di globalizzazione sia economica che sociale o finanziaria, talvolta culturale, di terrorismo internazionale, di fenomeni commerciali ed ambientali mondiali, il singolo Stato-nazione europeo rischia di essere travolto da spinte politiche ed economiche ingovernabili. Il recente isolamento di potenze come la Francia nell'ambito delle Nazioni Unite ha smascherato in tutta la sua gravità l'inconsistenza del singolarismo nazionale europeo. Una rifondazione europea, anche se inizialmente limitata solo ad alcuni dei 25 Paesi che compongono oggi l'UE - sicuramente i 6 Paesi fondatori - è l'unico segnale di novità, coerente con la realtà geopolitica del nuovo secolo.

La strada presa con la Convenzione di Bruxelles è stato un tentativo che ha indicato un cammino, ma l'Europa che ne esce è ancora un'Europa intergovernativa, un club di Stati ormai legati gli uni agli altri, ma incapaci di mettere davvero insieme le proprie forze per contare di più nel mondo, a difesa dei propri interessi economici e della sicurezza dei suoi cittadini. Una vera Unione, alleata agli Stati Uniti con i quali condividiamo i principi democratici, il modello economico ed un sistema difensivo che attraverso la NATO assicura cooperazione e mutuo riconoscimento, è l'unica strada che può portare lontano la nostra Europa.

L'Europa e le sue istituzioni
Le proposte della Convenzione segnano un ulteriore piccolo passo in avanti dell'Europa intergovernativa nata nel secondo dopoguerra. Il funzionamento delle istituzioni comunitarie, che ha già subito degli aggiustamenti necessari a Maastricht, Amsterdam e Nizza, è ulteriormente oggetto di modifiche, a volte sostanziali, al fine di permettere il funzionamento dell'Unione del futuro, senza per questo limitare le competenze degli Stati componenti l'Unione Europea. Per i liberaldemocratici questo non basta. Noi chiediamo un'Europa con una Commissione europea più forte, formata da un Presidente eletto dal Parlamento europeo e che riceve la fiducia dal Consiglio, e ciò come primo passo verso l'elezione diretta del Presidente della Commissione. Il Presidente dovrebbe fissare un numero di commissari deciso di volta in volta secondo le esigenze manifestate dalle politiche comunitarie in atto. Tutti i commissari devono ottenere la fiducia sia dal Parlamento europeo che dal Consiglio. Il numero di commissari non deve essere pari a quello degli Stati membri e questo per garantire il necessario carattere soprannazionale e federale della Commissione, e indicare una formazione politica. Un Commissario per gli affari esteri siede a nome dell'Unione in tutte le sedi internazionali e coordina tutta la politica estera dell'Unione: dalla politica commerciale ai rapporti diplomatici con gli stati terzi, all'organizzazione delle Rappresentanze diplomatiche oltre i confini dell'Unione.

Per quanto riguarda la difesa comune, lo scopo ultimo è quello di creare una forza europea, pronta ad intervenire per operazioni di protezione civile, di difesa del territorio dell'Unione, per protezione dei confini esterni dell'Unione e per operazioni umanitarie, di peace-keeping e di peace-enforcing, su richiesta delle Nazioni Unite e dell'OSCE. L'alleanza con la NATO, limitatamente a quei Paesi membri di entrambe le strutture, deve essere ribadita, anche alla luce dello sviluppo dell'identità europea nella NATO, così come deciso alle Conferenze di Washington e di Praga. Un sistema comune di difesa dei confini europei deve essere sviluppato, così come una clausola d'intervento e di mutuo aiuto in caso di attacco esterno o terroristico contro uno dei Paesi membri.

Un Commissario per l'economia dovrebbe essere la più alta espressione della politica fiscale e monetaria dell'Unione, pur mantenendo alla BCE una piena garanzia di indipendenza.

Il Parlamento europeo dovrebbe fare le leggi europee co-decidendo con il Consiglio su tutte le politiche comuni di competenza dell'Unione elencate nella Convenzione: il Consiglio, che si riunisce in seduta pubblica, dovrebbe decidere alla maggioranza qualificata su tutte le materie in co-decisione con il Parlamento (doppia maggioranza del 50% + 1 dei Paesi membri rappresentanti almeno il 60% della popolazione europea), compreso il bilancio dell'Unione. Il Consiglio europeo (capi di stato e di governo, unitamente al Presidente della Commissione) indirizza la politica estera e di difesa comune affidata ai Commissari per gli affari esteri e la difesa. Una Corte di giustizia ed una Corte dei conti devono seguire i lavori dell'Unione. Un Comitato economico e sociale, rappresentante della società civile, ed un'Assemblea delle regioni e dei comuni, voce di rappresentanti eletti a livello sub-nazionale, emettere pareri per indirizzare le scelte dell'Unione su temi di loro competenza.

I confini dell'Europa
Quali sono le frontiere dell'Europa? Premesso che l'Europa nasce da valori ideali che non hanno confini geografici, e che l'avere delle frontiere sicure è essenziale per ogni tipo di sviluppo o politica interna, l'Unione deve mantenere e incrementare ogni tipo di rapporto, diplomatico come commerciale, con tutti i Paesi limitrofi; in primis il Mediterraneo, ma anche Russia e Medio oriente. Il 2004 sarà un anno importante per l'UE, sarà l'anno della sfida, del suo allargamento più ingente. Ma fino a dove l'UE potrà o dovrà allargarsi? Il principio consiste nel riconoscere che tutti i Paesi europei che soddisfino i "Criteri di Copenhagen" possano entrare a far parte dell'Unione. Le clausole di salvaguardia sono meccanismi necessari, ma temporanei, per facilitare l'integrazione dei nuovi Paesi nell'Unione, senza comprometterne il funzionamento. Inquadrare i Balcani come un enclave al di fuori del territorio europeo sarebbe una follia. Certo, Paesi come l'Albania o la Bosnia-Erzegovina sono ancora lontani dagli standard europei, ma è anche vero che sono Paesi di piccole dimensioni e che possono crescere molto più velocemente di quanto si pensi. Ancorarli all'UE vuole dire indicare loro il cammino verso un futuro democratico e di stabilità. La Federazione Russa è fisicamente nel continente europeo solo fino agli Urali, ma visto che più che uno stato può essere considerato quasi un continente, è forse uno di quei Paesi con cui intensificare il più possibile ogni tipo di scambio, commerciale come culturale, senza che ciò implichi una unione politica.
L'Europa e il Mediterraneo
Il Commissario per gli affari esteri, dovrà seguire le relazioni con i Paesi dell'area mediterranea in maniera approfondita, e l'Unione stanziare fondi, come fece dopo il 1989 con i Paesi dell'Est Europa, per aiutare lo sviluppo socio-economico e democratico della nuova area di confine dell'Unione. L'Unione, dopo aver portato a termine gran parte del suo progetto di allargamento ad Est, deve sapersi volgere al Sud con un approccio diverso. Non si parla di ampliare l'Unione al Mediterraneo, ma di integrare, di non creare cioè un muro al Sud dell'Italia e della Spagna. Un mercato comune con la sponda meridionale del Mediterraneo deve essere creato al più presto e questo anche per poter regolare i flussi migratori e incentivare il processo democratico. Un Commissario per le relazioni con il Mediterraneo, alle strette dipendenze del Commissario per gli affari esteri, dovrebbe essere creato con un portafogli dotato di finanziamenti comuni per lo sviluppo delle economie nord africane.
L'Europa della giustizia
La realizzazione di uno spazio europeo di sicurezza e di giustizia rappresenta la prossima tappa storica dell'integrazione europea. In materia penale una Procura europea, oltre ai semplici poteri di coordinamento dovrebbe poter prendere iniziativa d'inchiesta. Tale procura sarebbe responsabile della protezione degli interessi comunitari e del perseguimento di gravi forme di criminalità transfrontaliera. Parallelamente il mandato di cattura europeo dovrebbe entrate in vigore nei 25 Paesi membri a partire dal 2004, unitamente ad un'armonizzazione del diritto penale.
L'Europa sociale e solidale
L'Unione Europea si fonda sui principi dell'economia sociale di mercato, ovvero sul sistema che affianca ai valori della libertà e dell'efficienza quelli della eguaglianza delle opportunità e della solidarietà verso i più deboli. L'Unione deve promuovere l'efficienza e lo sviluppo nel quadro di un equilibrio sostenibile dei sistemi sociali nazionali: la tutela della concorrenza e il divieto di aiuti di Stato debbono tenere conto degli squilibri che tuttora sussistono fra le diverse aree dell'Unione, e che risultano accentuati come conseguenza dell'"allargamento".

I principi della solidarietà si applicano all'interno dell'Unione e nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli aiuti ai Paesi terzi debbono essere condizionati al rispetto dei diritti umani e al contenimento delle spese militari, e riguardare cibo, salute, formazione, democratizzazione, oltre ad alleviare gli oneri del debito internazionale di tali Paesi.
L'Europa dei giovani
Pur avendo un mercato senza frontiere ancora oggi certi diplomi non sono riconosciuti da un paese all'altro, creando discriminazioni non più accettabili e che costituiscono di fatto un ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori. La scuola, pur nel rispetto delle peculiarità di ogni cultura, storia, e tradizione dovrebbe potersi adattare alle esigenze del mercato comune. Non è pensabile ad uno spazio senza frontiere con un sistema scolastico non ancora integrato e coordinato neanche a grandi linee (età dell'obbligo, bagaglio culturale minimo, un certo numero di lingue straniere da conoscere, etc). Un paese rischia di restare fuori dal mercato del lavoro europeo se i suoi giovani, nel tentativo di cogliere le occasioni offerte dalla nuova realtà politica ed economica europea, si trovano in realtà spiazzati sin dall'inizio della loro carriera professionale. L'età media di laurea per un giovane non dovrebbe differire troppo da uno Stato all'altro al fine di non creare differenze nell'entrata nel mercato del lavoro: da qui l'esigenza di un'armonizzazione dei sistemi scolastici ed universitari.

Fra i compiti che le moderne liberaldemocrazie attribuiscono al governo delle Nazioni vi è la promozione della ricerca e la diffusione delle conoscenze scientifiche. E' compito dell'Unione la promozione di iniziative in questi campi qualora -in rispetto al principio della sussidiarietà - la dimensione degli Stati nazionali risulti inadeguata sotto il profilo degli interessi tutelati e delle risorse disponibili. La scienza e le tecnologie basate sulle conoscenze scientifiche nelle nuove aree delle biotecnologie, ICT, nanotecnologie e microsistemi, mostrano un dinamismo senza precedenti, e richiedono standard di formazione eccellenti.

Fra le finalità dell'Unione è opportuno ricordare che sin dall'origine si pose anche la questione energetica (C.EC.A, Euratom), questione che oggi si ripropone a causa della vulnerabilità e degli elevati costi dei sistemi energetici di tecnologia convenzionale e nucleare. La promozione della ricerca in questi campi rappresenta un esempio concreto dell'interesse generale degli Stati e dei cittadini dell'Unione, interesse che può trovare in quest'ultima la sede naturale del suo perseguimento.

Una politica per le nuove generazioni richiede che l'Unione assuma un ruolo guida nella promozione delle politiche ambientali, per le quali gli europei hanno allo stesso tempo gravi responsabilità e grandi potenziali per influenzare le politiche globali.
L'Europa delle rappresentanze e delle libertà
Stiamo cercando di voltare una pagina epocale, costruendo un futuro di pace, di comprensione e solidarietà reciproca in Europa: dobbiamo cercare di creare una vera cittadinanza europea. E' una nuova cultura politica che deve venir creandosi, sulla base della volontà di sostenere un progetto europeo che ci faccia tra l'altro recuperare tramite l'Unione un certo peso che, al livello nazionale, si è smarrito. Per questo è necessario superare il concetto della sovranità assoluta degli Stati e, attraverso il buon governo soprannazionale, il passaggio democratico del voto ed il libero scambio di opinioni, consolidare la crescita di Partiti europei, presenti in tutti gli Stati membri e rappresentanti attraverso gruppi parlamentari al Parlamento europeo. L'Europa democratica è l'Europa delle minoranze: "la nostra costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di pochi, ma dei più" - si cita nel Preambolo della nuova nostra Costituzione -. L'Unione deve rispettare il pluralismo nei media e favorire lo sviluppo di canali multilingua, come già esiste in Francia ed in Germania, per facilitare l'avvicinamento dei popoli ed il passaggio dell'informazione. In più occasioni, il Parlamento europeo e il Consiglio d'Europa, istituzioni che dovrebbero indirizzare la politica del nostro continente, si sono chiaramente espressi affermando sul tema dei media, tre principi che dovrebbero considerarsi ispiratori della intera disciplina comunitaria: 1) "l'evoluzione dei mercati e delle tecnologie potrebbe, se non regolamentata, dar luogo a concentrazioni pericolose e mettere in pericolo il pluralismo e la democrazia"; 2) occorre un intervento degli Stati membri e "un quadro regolamentare a livello europeo al fine di salvaguardare la libertà di espressione e il pluralismo dei media"; 3) la costituzione e l'abuso di posizioni dominanti mediante concentrazioni orizzontali e verticali sul mercato pubblicitario, che alimenta il settore della comunicazione, debbono essere considerate alla luce della disciplina della concorrenza, e della tutela delle libertà fondamentali.