|
|
Politica economica
| ELEMENTI DI UNA POLITICA ECONOMICA PER L'ITALIA: LE PROPOSTE DEI LIBERALDEMOCRATICI Il disegno di politica economica e sociale che proponiamo per il nostro paese si basa sulla individuazione di alcuni caratteri prospettici dello sviluppo del nostro paese che non sono stati finora adeguatamente considerati.
L'Italia è un paese che si pone tra quelli più ricchi ed industrializzati del mondo.
Tuttavia e' un paese che invecchia, che riduce la produzione domestica di beni materiali, che perde competitività e trasferisce la produzione verso aree più vantaggiose, che espande la produzione di servizi per la persona, che importa mano d'opera pur avendo in alcune aree del paese tassi di disoccupazione molto elevati, che investe poco sul suo capitale umano, in particolare nel campo della ricerca scientifica, e sull'innovazione tecnologica.
Questi sono fatti e la questione che si pone è se questa situazione sia un evento ineluttabile o rimediabile.
E' nostro convincimento che vi siano strategie di intervento capaci di porre rimedio a questa situazione e riportare quindi il paese su un sentiero di sviluppo e di crescita.
Cominciamo con qualche fatto. L'economia italiana è quella, tra i paesi industrializzati, che è cresciuta di meno, precedendo nella classifica negativa degli ultimi 10-15 anni solo il Giappone. La sua popolazione è quella che è più di tutte invecchiata, per effetto soprattutto dei bassi tassi di natalità. L'occupazione nel settore industriale è, più che altrove, in continuo calo. Rimangono inalterati gli squilibri territoriali nei livelli di reddito e di prodotto per abitante. Lo sviluppo economico si diffonde sulle aree a più basso reddito molto lentamente, tocca e interessa aree di dimensione territoriale modesta e lungo direttrici non prevedibili.
Questi caratteri dello sviluppo sono riconducibili sia a fattori di domanda che a fattori di offerta. Ne ricordiamo alcuni, scegliendo quelli più rilevanti per le nostre proposte.
Sul lato della domanda è da segnalare il ruolo del settore pubblico che, ad iniziare dalla metà degli anni Ottanta e fino al 1997 ha dovuto generare un surplus primario crescente fino ad arrivare al 6,5% del PIL, mantenendolo elevato per gli anni successivi, operando con aumenti del prelievo tributario e contenimento della spesa pubblica, soprattutto della spesa per investimenti in infrastrutture e capitale umano. La politica di bilancio nei prossimi anni, anche a causa dell'insufficiente aggiustamento finanziario realizzato nel nostro paese negli ultimi anni, probabilmente non potra' in termini aggregati portare un significativo contributo positivo e permanente alla formazione del reddito e al sostegno della crescita economica.
La politica economica deve quindi essere orientata soprattutto sul lato dell'offerta. Deve creare un clima positivo per le iniziative d'impresa e generare lo sviluppo dei fattori che sono in grado determinare l'accelerazione della crescita.
La crescita economica discende dai comportamenti degli individui e delle loro organizzazioni sociali. Occorre quindi:
riportare in primo piano azioni il ruolo della iniziativa di impresa; riportare l'azione dello stato ai propri compiti fondamentali: di intervenire nel sistema economico e sociale in quei settori e in quelle attività dove l'iniziativa individuale non è sufficiente o adeguata a generare i fattori di crescita e di affiancare alle imprese una efficente Pubblica Amministrazione. L'azione pubblica determina e influenza la crescita attraverso la politica di bilancio (le scelte in materia di tassazione e di spesa pubblica) e l'attività di regolazione dell'attività economica.
Sul fronte della politica di bilancio è da rilevare la particolare composizione della spesa pubblica nel nostro paese che si caratterizza per un peso molto forte della spesa per interessi e per pensioni. Sul totale della spesa nel 2002, pensioni e prestazioni sociali assorbono il 36,7% del totale, gli interessi sul debito pubblico il 12,2%, le spese per il personale il 22,9%, le spese in conto capitale l'8,8% (!) e le altre spese il 4,9%. In termini di PIL le spese per investimenti assorbono solo il 4,1%, mettendo l'Italia sui livelli forse più bassi della sua lunga storia economica ed anche più bassi rispetto a tutti gli altri paesi europei.
Di particolare rilievo per le nostre considerazioni è il basso livello delle spese per lo sviluppo e il sostegno del capitale umano. Per la scuola e l'università, si deve rilevare nel nostro paese il contributo molto basso che cittadini e istituzioni private danno al complesso delle spese per l'istruzione: quasi l'intero peso del finanziamento della scuola e dell'università è sostenuto dal bilancio pubblico. Nello sforzo compiuto per rendere accessibile l'istruzione, a tutti i gradi, al più elevato numero di cittadini, si è perso di vista la qualità: se non in aree di dimensioni molto piccole nel nostro paese mancano aree di eccellenza nella formazione che facciano emergere le fonti dell'innovazione e del progresso tecnico. Nell'università in particolare mancano i motivi e le ragioni degli stimoli della concorrenza tra le istituzioni e tra il corpo docente. Istruzione, scuola, formazione e università devono essere riportate al centro dell'attenzione delle scelte di bilancio. Consentire ai meritevoli l'accesso fino ai più alti gradi dell'istruzione richiede che frazioni crescenti della popolazione, a partire dai più abbienti, siano chiamate a pagare, come avviene in altri paesi, quote significative del costo dell'istruzione. L'istruzione deve tornare ad essere considerata dalle famiglie come un investimento che richiede la formazione di piani di risparmio finalizzati. Senza un maggior coinvolgimento di parti rilevanti della popolazione nel pagamento dei costi di quote dell'istruzione sarà impossibile garantire il rispetto del vincolo Costituzionale di sostegno dei meritevoli. Gli investimenti in ricerca e sviluppo, sono in Italia fra i piu' bassi tra i paesi industrializzati. In generale l'Italia investe in ricerca meno dell'1% del P.I.L., mentre la media UE è del 2% e negli USA del 2,5%. Un maggiore impegno strategico e di risorse in questo settore avrebbe sicuramente ricadute positive sullo sviluppo industriale del Paese, soprattutto se accompagnato da una maggiore attenzione alle sinergie pubblico-privato. La questione del decentramento dei compiti pubblici. La democrazia trova le sue radici nella partecipazione del cittadino al governo locale. Lì si formano le classi dirigenti della politica nazionale. L'Italia vive ora nella prospettiva di un ampliamento dei poteri dei governi regionali e locali, con qualche rischio: (a) di una complicazione dei processi di decisione per la spalmatura del potere decisionale su molti livelli, anziché su una più netta separazione delle competenze e delle responsabilità; (b) del venir meno delle regole di solidarietà tra aree ricche e aree povere del paese. Il decentramento dei compiti non deve mettere in discussione il principio che su alcuni beni di interesse strategico per il paese, come la scuola, la necessaria differenziazione non deve svilupparsi lungo la dimensione territoriale, ma lungo la direzione del merito e della formazione della classe dirigente del paese. C'è poi la grande questione del livello del prelievo tributario e contributivo. Nel nostro paese le entrate tributarie sono, globalmente, leggermente più elevate di quanto avvenga in altri paesi europei. In tutta Europa la pressione tributaria è molto più elevata che negli Stati uniti o in altri paesi emergenti. Il prelievo sul salario regolare è molto più elevato che non in quasi tutti i paesi con i quali concorriamo nel commercio internazionale.
Tasse più basse e riduzione del prelievo sul salario dovrebbero essere gli strumenti per restituire al paese l'interesse all'innovazione e gli incentivi a riportare sul territorio nazionale iniziative ed attività economiche.
I vincoli derivanti dall'adesione al Patto di stabilità e crescita sembrano impedire una politica aggressiva di riduzione del prelievo tributario. In Italia la pressione fiscale (tributi+contributi sociali) era pari al 45,2% nel 1999, scende al 44,3% nel 2000, al 44,0% nel 2001, al 43,5% nel 2003. Gli spazi per la riduzione delle aliquote vanno conquistati attraverso l'allargamento della base imponibile, il recupero dell'evasione o, più semplicemente, una politica tributaria che abbandoni i condoni come strumento per l'aumento del gettito. La chiamata a responsabilità delle categorie economiche, l'utilizzo di strumenti di accertamento basati anche su indicatori indiretti della capacità contributiva, restituire all'amministrazione finanziaria la fiducia nel proprio operato e gli strumenti per una azione di accertamento diretta più ad acquisire base imponibile che non a perseguitare il contribuente per le violazioni di aspetti formali dell'obbligazione tributaria.
Il sistema tributario deve essere orientato ai due obiettivi, del sostegno alla crescita e alla accumulazione, della fornitura di un reddito minimo agli individui che si trovano in condizioni di disagio e di stress economico. Crescita e solidarietà, due categorie in apparente contraddizione che un sistema tributario deve poter costruire.
Su un altro punto occorre intervenire ancora: quello della regolazione dell'iniziativa economica: il nostro paese si caratterizza per un eccesso di vincoli all'entrata nelle professioni, all'avvio delle iniziative economiche e alla riorganizzazione di soggetti economici gia' strutturati. Sul mercato del lavoro sono mantenuti vincoli eccessivi all'uscita, compensati da una grande anarchia nell'ingresso. Regimi e ordinamenti differenziati nelle assunzioni si sovrappongono, forse per compensare l'eccessiva rigidità che le imprese incontrano nella flessibilità all'uscita. Chiarezza e trasparenza vorrebbe che il rapporto di lavoro acquisisse per i nuovi assunti una ordinata e comune forma di flessibilità.
L'avvio delle iniziative economiche si caratterizza insieme per eccesso di regolazione, ma anche per indebiti vantaggi sul fronte tributario. Ne riesce penalizzata la concorrenza. Emergono da una struttura di offerta troppo diffusa, limiti alla concorrenza con effetti negativi sull'inflazione, che oggi stiamo visibilmente soffrendo. Nel settore delle professioni, i controlli all'entrata sono ancora troppo elevati: essi concorrono a determinare quella dinamica del costo dei servizi che entra in modo determinante nella dinamica dei prezzi al consumo.
In un contesto di mondializzazione dei mercati sempre piu' competitivo, un aspetto determinante per lo sviluppo del paese e' un programma deciso di internazionalizzazione delle aziende, con l'obbiettivo primario di consolidare quote di mercato all'estero. In questo ambito l'azione dello stato dovrebbe orientarsi a realizzare una seria politica di indirizzo e di coordinamento delle iniziative e degli strumenti adottati.
Di particolare importanza nell'ambito di politiche di sviluppo e' il settore del mercato finanziario che in Italia soffre, rispetto ad altri paesi sviluppati, di particolare mancanza di liquidita', sia per quanto concerne il mercato creditizio sia quello borsistico e del mondo del capitale di rischio. Poche societa' si quotano in borsa e pochi risparmiatori vi investono. Incentivi allo sviluppo di questo mercato possono venire sia da interventi di tipo legislativo atti a garantire una maggiore liberalizzazione e apertura verso i mercati esteri sia di tipo fiscale atti ad incrementare la quota di aziende che si quotano in borsa.
Gli interventi a garanzia della libertà di avvio delle nuove iniziative sono di particolare rilievo per lo sviluppo delle aree a più basso reddito del Mezzogiorno: qui la riqualificazione della spesa pubblica, soprattutto nel settore dei servizi fondamentali dello stato, deve liberare risorse per una politica di garanzia sull'esercizio dell'attività economica. Una maggiore sicurezza è pre-condizione necessaria per lo sviluppo dell'economia.
I programmi di politica economica delle formazioni politiche propongono spesso un grande numero di obiettivi che, proprio per il loro numero, definiscono scenari irrealizzabili. I valori e le strutture istituzionali del nostro paese non devono essere rimessi per intero in discussione. Un programma politico seleziona i temi sui quali impegnare, in modo distintivo, la futura attività di governo. Abbiamo sottolineato che il nostro paese deve recuperare la forza del proprio capitale umano e sostenere le iniziative economiche riqualificando la spesa pubblica, adattando a questi obiettivi il sistema tributario, rimuovendo i vincoli che impediscono l'espansione dell'offerta di beni e servizi e indirizzando il decentramento delle decisioni di bilancio verso l'efficienza e la solidarietà anziché verso la conflittualità tra istituzioni.
| | |
|
|